GenderBender
di Mirella Izzo
sito ispirato alla cultura "Two Spirits" delle società dei popoli nativi nordamericani
e di rielaborazione moderna della soggettività culturale e artistica Transgender

CONTENUTI

links

TESTO DELL'INTERVISTA PUBBLICATA DAL QUOTIDIANO "IL SECOLO XIX " IL 23 OTTOBRE 2005

"NOI TRANS? NON SIAMO TUTTE SUL MARCIAPIEDE
Dopo il caso Lapo Elkann il racconto di Mirella Izzo, 40 anni, leader di "AzioneTrans".
"Io lavoro normalmente e aiuto le altre a trovare un posto. Abbiamo diritto a un'esistenza senza pregiudizi.

LA STORIA.
MIRELLA, 40 ANNI, RACCONTA LA SUA SCELTA, RIVENDICANDO IL DIRITTO A UNA ESISTENZA SENZA PREGIUDIZI
"NON SIAMO TUTTE SUL MARCIAPIEDE"
"IZZO DI "AZIONETRANS": IO LAVORO, VIVO NORMALMENTE E AIUTO LE ALTRE A TROVARE UN POSTO"
di Simone Schiaffino

Non ci stanno ad essere identificate come prostitute.
L'equazione "transessuale = puttana" non va giù alla categoria.
Perché non è vera. Lo dice Mirella Izzo, la presidente nazionale di Crisalide AzioneTrans, la più rappresentativa delle associazioni che riuniscono le transessuali italiane. AzioneTrans, tra le varie attività associative,  ha l'obbiettivo  di trovare un lavoro alle iscritte.
Un lavoro normale, che non sia quello di vendere il proprio corpo sul marciapiede.
"Quando ho letto l'articolo sul Secolo XIX di venerdì, dal titolo "Transessuali, il business raddoppia" - dice ironicamente la presidente - ero contenta, preché credevo che il mio stipendio di impiegata contabile fosse raddoppiato. Capisce cosa voglio dire? Che leggendo il giornale si identificava, con una sovrapposizione perfetta, la categoria con la prostituzione. Noi non siamo soltanto "lucciole". Certo, molte trans scelgono questa attività, ma non tutte".
Una finta scelta, perché spesso è dettata dalla necessità visto che per le transessuali è difficile trovare un lavoro normale.
Diffidenza, pregiudizio, ignoranza.  E poi la situazione del mercato occupazionale, che rende comunque difficile un'assunzione, per tutti, e in tutti i campi professionali.
Ma la scelta può anche essere determinata dal fatto che una trans che si prostituisce, aiutata dalla chirurgia e dalle cure ormonali, guadagna dieci volte di più di quanto vale uno stipendio normale.
"Chi sceglie il marciapiede è libera di farlo - prosegue Mirella Izzo, agguerrita presidente, nonostante una seria malattia, che le rende pericoloso qualsiasi sforzo e soprattutto i violenti sbalzi di umore -. "Stimiamo che sul totale della popolazione transessuale in Italia decide di "battere" il 50 per cento degli individui. E' una percentuale alta, certo, ma è giustificata dalla difficoltà di non avere altre chanches di vita.
Per questo abbiamo fondato "Crisalide AzioneTrans": per dare un supporto alle trans che si vedono costrette al marciapiede per il fatto di non riuscire ad essere assunte in normali posti di lavoro".
La popolazione transessuale, insomma, si sente spesso discriminata, sbeffeggiata, ingiustamente messa da parte. "Abbiamo un grande bisogno di integrazione, di sentirci persone come tutte le altre.
Lo sa che per l'Organizzazione mondiale della sanità, siamo malate? La nostra patologia si chiama "disturbo dell'identità di genere".
E il paradosso è che per "curare" questa malattia, per diventare quello che ci sentiamo di essere, il Sistema sanitario nazionale non ci copre le operazioni e i cicli di cure ormonali".
Secondo i regolamenti che disciplinano la sanità pubblica, infatti, gli interventi chirurgici e le terapie ormonali  a cui i trans devono sottoporsi sono considerati "chirurgia estetica" e non, come vorrebbero i transessuali, "chirurgia ricostruttiva".
E' difficile stabilire un censimento della popolazione trans a Genova. "Sicuramente qualche decina di individui, forse un centinaio - conclude Izzo - tra cui figurano persone che fanno l'architetto, l'ingegnere, la segretaria, ma anche l'operaia e la parrucchiera, o la barista; e poi tra le più giovani, ci sono le studentesse universitarie.
Alcune, per paura di essere riconosciute, si "truccano" da uomo, nascondendo le loro sembianze femminili raggiunte con gli ormoni: in pratica indossano una fascia per non rendere visibile il seno. Altre, più fortunate, sono inequivocabilmente donne, cioè hanno un aspetto che non dà adito ad alcun sospetto, confondendosi con serenità nella popolazione femminile". Fino al momento, però, di esibire i documenti per un controllo o un colloquio di lavoro: quando l'aspetto stride con un nome maschile, e l'incantesimo, una difficile alchimia di trucco, ormoni, atteggiamento, interventi chirurgici, si frantuma contro la fredda evidenza di una carta d'identità.
Per la legge italiana si ha diritto alla modifica delle generalità dal maschile al femminile soltanto quando è intervenuta un'operazione chirurgica per rimuovere gli attributi maschili. Neglli altri casi no.
Si nasce uomini e si resta tali. Anche quando le sembianze (e la volontà del titolare del documento) direbbero tutto il contrario.